Donna Olimpia Pamphili

Donna Olimpia Pamphili

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutti la conosciamo,  studiamo la sua storia fin dalla primissima infanzia ed è patrimonio di tutti. Quello di cui si parla poco però, sono i misteri e i fantasmi che popolano Roma di notte; perché proprio quando al chiarore lunare si risveglia il fascino e il mistero delle vie, delle piazze, dei palazzi e dei ponti, e  il biancore dei monumenti è più vivido e le strade si svuotano, antiche presenze, che il carattere sanguigno e passionale dei romani ha contribuito ad amplificare nel corso dei secoli, si risvegliano, e vagano tra le antiche vestigia.

Fantasmi di personaggi famosi o sconosciuti, preda di passioni, o vittime di tragiche storie di sangue tornano  nei luoghi frequentati in vita  alla ricerca di una pace o di un compimento che non hanno trovato da vivi e che forse non riescono ancora a trovare.

“Una delle più antiche storie è quella che riguarda Bruto che dopo aver partecipato all’uccisione di Cesare, insieme agli altri congiurati abbandonò la città e dovette affrontare in combattimento le truppe guidate da Marco Antonio. Una notte mentre era nella sua tenda gli apparve un fantasma che gli disse: “Ci rivedremo a Filippi”. Lo stesso fantasma gli  riapparve la notte precedente la battaglia. Dopo la sconfitta Bruto dilaniato dai rimorsi si uccise.

La moglie dell’imperatore Claudio, Messalina, fu fatta uccidere per i suoi costumi spregiudicati e la sua dissolutezza, ella si aggirerebbe nei giardini del Pincio. A villa Celimontana invece la cortigiana Imperia, immortalata da Raffaello come ninfa Galatea e amante di Agostino Chigi, vaga alla ricerca delle sue ossa che inizialmente furono tumulate in una tomba a San Gregorio Magno, e che poi furono rimosse per far posto a quelle di un anonimo canonico”.

Una città come Roma è intrisa di fantasmi, il retroscena storico permea ogni pietra, ogni marmo della città. Alcune figure hanno lasciato il segno più di altre nell’inconscio collettivo dei suoi abitanti  proprio perché hanno compiuto gesta o hanno in qualche modo sconvolto l’ordine sociale, che hanno fatto scalpore o hanno dato scandalo.  Due donne tra tante sono rimaste impresse a caratteri di fuoco in questo scenario:

“Donna Olimpia Maidalchini Pamphili e Beatrice Cenci (la sua storia è narrata nel link qui sotto)”.

Il Fantasma del ponte di Castel Sant’Angelo (RM)

 

“Donna Olimpia Maidalchini Pamphili” detta Pimpa o Pimpaccia (1592-1657)

Olimpia Maildachini Nacque  a Viterbo  da una famiglia di modeste condizioni. Era una ragazza ambiziosa ed arrivista, astuta ed anche belloccia, queste caratteristiche ne facilitarono la repentina ascesa sociale.

Olimpia era stata destinata dal padre al convento insieme alle sue due sorelle, in quanto erede designato doveva essere il loro unico fratello. Tuttavia rifiutò di prendere i voti e accusò di tentata seduzione il direttore spirituale incaricato di convincerla ad abbracciare la vita monastica; lo scandalo che ne seguì procurò all’ecclesiastico la sospensione a divinis, ma qualche anno dopo la stessa Olimpia, che nel frattempo si era imparentata con la famiglia del pontefice regnante, lo fece nominare vescovo.

Si sposò all’età di vent’anni con un uomo molto ricco ed anziano, un certo Paolo Nini, un facoltoso borghese che la lasciò vedova dopo solo tre anni di matrimonio.

Si risposò con Pamphilio Pamphili di trent’anni più vecchio di lei, e  divenne dunque “Donna Olimpia Pamphili” detta la Pimpaccia di piazza Navona perché la residenza del marito era il palazzo  Pamphili situato proprio nell’estremità meridionale di piazza  Navona. Il marito era fratello del cardinale che presto diverrà Papa col nome di Innocenzo X. Quando Pamphilio Panphili la lasciò vedova,  entrò nelle grazie del cognato Papa, e alla fine fu l’unica persona di cui egli si fidasse e da cui accettasse consigli. A Roma chiunque volesse udienza o favori dal Papa prima doveva passare da Donna Olimpia, che così acquisì un potere illimitato e di come costassero cari i suoi favori.

È certo che, così com’era stata la principale artefice dell’elezione a Papa del cognato, quando questa fu conclusa Olimpia divenne la dominatrice indiscussa e assoluta della corte papale e di tutta Roma, acquisendo così grande potere e ingenti ricchezze, tanto da essere chiamata ironicamente la papessa.

Per essere presentati favorevolmente al papa Donna Olimpia riceveva ricchi doni  da mercanti, ambasciatori, artisti, politici, e personaggi importanti di Roma. Donna Olimpia  non piaceva al popolo romano per la sua ambizione sfrenata, per le sue origini popolane, veniva da fuori Roma ed aveva la pretesa di regnare come una regina.

Spesso lazzi e frasi ironiche  indirizzate a lei apparivano sulla statua di Pasquino che era situata proprio alle spalle di palazzo Pamphili. Addirittura si vociferò che fosse l’amante del papa.

Si disse che la sua beneficenza fosse sempre interessata: che la protezione assicurata alle cortigiane mascherasse una vera e propria organizzazione del traffico della prostituzione, che i comitati caritatevoli per l’assistenza ai pellegrini del Giubileo del 1650 fossero organizzati a scopo di lucro, che il Bernini, allora in disgrazia, avesse ottenuto la commessa per la fontana dei Quattro Fiumi di Piazza Navona solo per aver fatto omaggio alla Pimpaccia di un modello in argento alto un metro e mezzo del lavoro che voleva eseguire.

Rimasta vedova nel 1639 di Pamphilio, ricevette dal cognato papa nel 1645 le terre appartenute alla ormai chiusa (1564)abbazia di S. Martino al Cimino ed i relativi edifici, in rovina, del complesso abbaziale, il titolo di principessa di San Martino al Cimino e feudataria di Montecalvello, Grotte Santo Stefano e Vallebona. Olimpia prese a cuore il rinnovo del blasone di San Martino e assecondata da grandi architetti (fece intervenire anche il Borromini da Roma), restaurò completamente la chiesa aggiungendovi due torri come contrafforti, fece costruire un palazzo di grandi dimensioni sulle rovine delle strutture monastiche e vegliò anche sulla ricostruzione e riorganizzazione del borgo, che andava dalla porta di levante (direzione Roma) a quella occidentale (direzione Viterbo), affidando all’architetto militare Marc’Antonio de Rossi il disegno delle mura perimetrali, delle porte e delle abitazioni, non dimenticando altre strutture pubbliche quali lavatoi, forni, macelli, teatro e piazza pubblica.

Quando Papa Innocenzo X nel 1655 morì  per Donna Olimpia fu la fine, ella vide sfumare tutto ciò che aveva conquistato, e così poco prima che Egli morisse, riempì due casse con monete d’oro e fuggì in una carrozza trainata da quattro cavalli verso la villa Pamphili alle spalle del Vaticano (oggi parco pubblico) Non tornò mai più a Piazza Navona. Papa Alessandro VII successore di Innocenzo X la invitò a restituire l’oro, ma ella rifiutò, fu così esiliata a San Martino al Cimino dove dopo 4 anni  nel 1657, morì di peste.

Tomba di Olimpia Pamphili

Tomba di Olimpia Pamphili

 

 

 

 

 

 

 

I romani che non l’avevano mai amata la trasposero nella leggenda  e si dice che nelle notti di plenilunio esca da Villa Pamphili con tutto l’oro trafugato su una carrozza trainata da neri destrieri lasciando una scia di fuoco, e dopo aver attraversato Ponte Sisto scompaia nel Tevere dove i diavoli vengono a prenderla per portarla all’inferno, così quel tratto dell’Aurelia  fu soprannominata fino al 1914 via Tiradiavoli.

Fonti: Wikipedia, fantasmi a Roma