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In una recente e curiosa guida ai fantasmi d’Italia, Rovigo non viene neppure nominata. Né, nelle sempre più frequenti ricognizioni ai misteri e ai fenomeni insoliti che fanno capolino negli scaffali delle librerie, la città polesana ha richiamato interesse o curiosità. Del resto, gli stessi rodigini, per quello che ne sappiamo, sono in genere poco propensi a dare peso alle storie di fantasmi, spesso considerandole frutto della fantasia di qualche buontempone. Tanto che, a tutta prima, si potrebbe pensare ad una città abitata da gente ancora fiduciosa in un «sano» positivismo, pronta a credere solo a ciò che tocca e vede e non certo a fumosi spettri, apparizioni e inquietudini parapsicologiche.
Beh, qualcosa c’è.
Si dice, per esempio, che nei silenziosi recessi di una palazzina patrizia che si affaccia su una strada del centro, di tanto in tanto, dietro una finestrella che si apre sulla porta della cantina, appaia il volto esangue che, stando alle vecchie storie di famiglia, è quello di una suora che, in tempi lontani, si era fatta rinchiudere per penitenza in una stanzina dove si era lasciata morire giorno dopo giorno.
C’è anche il ricordo di un tale che, una sera di tanti e tanti anni fa, per sfida e improntitudine, proprio per negare l’esistenza di fantasmi e reincarnazioni misteriose, aveva trascorso la notte in cimitero, giusto nei pressi del grande portico neoclassico. Alla mattina, però, era stato trovato morto, per un colpo apoplettico, presumibilmente causato da un improvviso spavento, come si poteva intuire dagli occhi sbarrati per sempre e da una scritta illeggibile che aveva tentato di tracciare con il dito sul ghiaino.
E c’è anche una certa casa, poco lontana dalla stazione ferroviaria, che un tempo si diceva “infestata” da strane e agghiaccianti presenze, che all’alba si disperdevano con gran rumore di passi e porte sbattacchiate.
Si potrebbe continuare, magari tirando fuori quel «Fantasma della Rotonda», un romanzo che nel 1891 Argia Vitalis Castiglioni aveva pubblicato a puntate sul «Corriere del Polesine», riecheggiando una perduta leggenda locale.
Resta, comunque, il fatto che a Rovigo c’era, e probabilmente c’è ancora, il gusto per le sedute spiritiche. E, a questo proposito, ci torna in mente una vicenda poco nota, che ha molto a che fare con lo spiritismo e con il mistero, almeno per quanto riguarda la tragica conclusione rodigina di questa storia.
C’era, dunque, nell’ultimo decennio dell’Ottocento, un certo Giovanni Battista Ermacora, nato poco dopo la metà del secolo e laureato brillantemente in fisica e scienze all’Università di Padova, con studi condotti anche nei settori della chimica e dell’astronomia, della fotografia e dello spiritismo e dell’ipnosi.
In stretti rapporti con Richet e Schiaparelli e Lombroso, con cui aveva assistito ai famosi esperimenti con la celebre medium Eusapia Palladino, da questi si distingueva per l’attenzione ai fenomeni telepatici e alla precognizione, con una lunga serie di esperimenti e diverse pubblicazioni che erano confluite in una rivista, da lui creata con l’amico milanese Giorgio Finzi. Una rivista che manteneva una posizione di equidistanza fra spiritisti e i positivisti che negavano recisamente l’attendibilità di ogni fenomeno.
Nel 1897, alla morte del padre, Giovanni Battista Ermacora gli era subentrato nella proprietà e nella gestione della centrale del gas di Rovigo, dove c’era anche suo zio, il celebre generale Domenico Piva. E proprio in un ufficio del gasometro, una mattina del marzo 1898, lo studioso era stato ucciso da un suo dipendente che, in una crisi di follia, gli aveva sparato due colpi di fucile a distanza ravvicinata, per poi suicidarsi.
La polizia chiuse in fretta il caso e i giornali dopo una settimana non ne parlarono più. Ma qualcuno suggerì, senza essere smentito, che quella morte cruenta e inattesa era in realtà la punizione severa per uno che si era spinto troppo oltre nel regno dell’oltretomba e del mistero.

Tratto da: Ventaglio n. 39 – Luglio 2009
STORIA-TRADIZIONI

Fonte: www.ventaglio90.it