A venti chilometri ad ovest di Vercelli, ai margini del Bosco delle Sorti della Partecipanza, si trova il Principato di Lucedio, fondato nel 1123 dai monaci cistercensi. Costruito sui terreni donati ai monaci dal marchese Ranieri I del Monferrato della dinastia degli Aleramici. In provincia di Vercelli si trova una costruzione detta appunto ”il Principato di Lucedio”, una antica Abbazia di Santa Maria di Lucedio, una chiesa sconsacrata da sempre protagonista di storie agghiaccianti ed episodi misteriosi, mentre 700 metri più avanti è situato il cimitero sconsacrato di Darola.

La zona era caratterizzata da terreni paludosi e fitti boschi: venne bonificata, disboscata e trasformata in ampie risaie. Il complesso abbaziale nacque come struttura fortificata ed assunse la denominazione di Abbazia di Santa Maria di Lucedio. Si svilupparono anche le Grange, cioè aziende agricole dislocate su ampio territorio agricolo. La fortuna dell’Abbazia fu favorita anche dalla sua posizione geografica lungo la via Francigena che la portò ad essere non solo un importante centro economico, ma anche politico. Nel 1457 il monastero fu posto sotto il patronato dei Marchesi del Monferrato concludendo così la sua appartenenza all’ordine cistercense. Il Principato di Lucedio è racchiuso dalla  cinta muraria. Dell’antico monastero si sono conservate importanti strutture architettoniche, come il campanile a pianta ottagonale, il Chiostro, la Sala dei Conversi. L’antica chiesa abbaziale fu demolita per far posto ad una nuova chiesa edificata in forme barocche nella seconda metà del 1700. Una seconda chiesa, chiamata chiesa del popolo perchè destinata alle famiglie contadine, venne costruita nel 1741 su progetto di Giovanni Tommaso Prunotto, collaboratore di Filippo Juvarra.

L’atmosfera medievale che si respira entrando nei cortili, nel refettorio e soprattutto nell’Aula capitolare avvolge le numerose leggende che narrano di cripte segrete, di abati mummificati, di una colonna che piange e, addirittura, di una possessione demoniaca.

La leggenda.

Si narra infatti che nel 1684, nei pressi del cimitero di Darola, venne evocata una presenza malvagia da un gruppo di streghe. Il diavolo, sapendo che lì vicino sorgeva un luogo di spiritualità, decise di impossessarsi delle menti dei monaci di Lucedio, i quali diedero inizio ad un periodo di soprusi, abusi e violenze, sfruttando il loro potere anche ai danni dei poveri. Tutte queste angherie durarono per cento anni, fino a quando dal Vaticano fu mandato un religioso, forse un esorcista, che dopo sette giorni di preghiere e di scontri con il demone, riuscì a rinchiudere la presenza maligna all’interno della cripta di S. Maria. Da questa storia nasce una prima leggenda, quella della Colonna che piange: da una colonna della Sala Capitolare sgorgherebbero lacrime a causa degli orrori di cui sarebbe stata testimone. In realtà questa è una zona ricca di fontanili, quindi la colonna assorbe semplicemente umidità di risalita e la rilascia nell’ambiente.

Ma le leggende non finiscono qui: si dice che all’interno della cripta di Santa Maria siano stati disposti su dei seggi i corpi mummificati degli abati morti precedentemente al periodo di possessione, seduti in cerchio per vegliare sul maligno. Il sigillo inoltre sarebbe stato rafforzato da un secondo incantesimo, di natura musicale.

Sulla controfacciata della Chiesa della Madonna delle Vigne c’è un dipinto raffigurante un organo a canne ed uno spartito che è stato chiamato Spartito del diavolo. Questo perché, secondo la superstizione, suonando lo spartito al contrario, cioè da destra verso sinistra e dal basso verso l’alto, si evoca il diavolo all’interno della chiesa. Suonando la frase musicale in senso normale il diavolo viene nuovamente intrappolato nella struttura ipogea.

Per anni questo spartito è stato cercato da molti studiosi tra le carte di archivio, finché nel 2000 l’archeologo Luigi Bavagnoli, mentre scattava foto per documentare lo stato di degrado in cui versava la chiesa, identificò lo spartito nell’affresco presente in controfacciata nella piccola chiesa nel bosco. La dott.ssa Paola Briccarello, esperta di musica classica ed antica, analizzò il pentagramma e scoprì alcuni elementi a conferma dell’ipotesi che fosse proprio quello lo spartito della leggenda.

L’ipotesi più probabile secondo gli studiosi è che, non essendo disponibile un organo a canne nella chiesa di Santa Maria delle Vigne, questo venne sostituito dall’affresco raffigurante un grande organo e lo spartito, le cui note sarebbero state suonate da un piccolo organo meccanico a manovella. La manovella di solito girava in senso orario, ma consentiva anche di suonare la musica al contrario, girando in senso anti-orario semplicemente rimuovendo un apposito fermo.
Ma dietro ad ogni leggenda c’è sempre un fondo di verità: forse il trasferimento dei monaci fu dovuto  semplicemente allo sterco del demonio, cioè alle grandi quantità di denaro accumulato dallo sfruttamento dei terreni, che portarono i monaci ad interessi molto materiali e ad un progressivo allontanamento dalla spiritualità.
La chiesa è stata ricostruita verso la fine del XVII, ha una pianta ottagonale ed un anomalo ingresso rispetto alla tradizione basilicale cristiana, rivolto a sud. Oggi si trova in un pesante stato di degrado, quindi fate molta attenzione se andrete a visitarla, solo il tempo di vedere lo spartito. Si raggiunge facilmente parcheggiando l’auto nei pressi dell’abbandonato cimitero di Darola e percorrendo un breve sentiero nel bosco. Ci sono comunque le segnalazioni.
Sul lato opposto della strada c’è il Bosco delle Sorti della Partecipanza, un’area naturale protetta con rigide regole dei tagli rispettate dal 1275, quando l’area venne assegnata in comune proprietà, la partecipanza appunto. Rappresenta l’ultimo brandello della grande foresta che ricopriva questi territori prima che venissero antropizzati e sfruttati.

 

 

 

Si racconta, infatti, che un monaco compose una musica dal grande potere. Secondo la leggenda questa musica sarebbe in grado di tenere imprigionato il demone nella cripta. Lo spartito ha una strana peculiarità, infatti, si tratta di uno spartito bifronte, ovvero è leggibile in entrambi i versi. La leggenda racconta pure che, se da una parte la musica ha il potere di proteggere dal maligno, suonando lo spartito al contrario, da destra verso sinistra e dal basso all’alto, la melodia prodotta sarebbe in grado di liberare il demone dalla sua prigionia.

 

 

Nell’abbazia vivevano dei monaci benedettini che organizzavano dei sabba con le contadine del luogo. Questi erano degli incontri in presenza del demonio durante i quali venivano compiute pratiche magiche, orge diaboliche e riti blasfemi. A testimoniare questi culti è uno strano spartito presente nella chiesa. La mancanza di note nella prima riga del pentagramma, ha portato alcuni studiosi alla conclusione che in realtà lo spartito debba essere letto dal basso verso l’alto e da destra verso sinistra. In questa lettura le note e la loro traslitterazione nell’alfabeto latino darebbe origine a un’invocazione demoniaca.

 

 

Fonte: https://www.unagocciadicolore.com/2020/11/il-principato-di-lucedio-e-lo-spartito.html