Raimondo di Sangro, o de Sangro, VII principe di Sansevero (Torremaggiore, 30 gennaio 1710Napoli, 22 marzo 1771), è stato un esoterista, inventore, anatomista, militare, alchimista, massone, letterato e accademico italiano.

I membri della sua famiglia erano del Grandato di Spagna, proprietari di innumerevoli feudi dell’area pugliese (Sansevero, Torremaggiore, Castelnuovo, Casalvecchio di Puglia, Castelfranco e altri minori) e, per linea paterna, sostenevano di discendere direttamente da Carlo Magno.

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La storia del principe di Sansevero e delle sue sinistre meraviglie, Raimondo di Sangro, detto principe di Sansevero. Eccentrico, filosofo, astronomo, poeta, scrittore, guerriero, mecenate, inventore, mago, scienziato, alchimista. Un precursore dei tempi, uno scienziato pazzo, un genio, uno stregone malvagio. Il personaggio più misterioso del settecento italiano. Chi era questo ricco signore che, invece di dedicarsi ai tipici passatempi di ogni nobile dell’epoca come la caccia e il gioco, scelse di immergersi nella lettura di testi alchemici e di chiudersi per ore nel suo studio a effettuare esperimenti mai tentati prima? Perché trasformò una semplice cappella di famiglia in una sorta di Rennes le Château? A Napoli c’è chi ancora si fa il segno della croce quando sente il suo nome, poiché la sua sconfinata vivacità intellettiva lo portò ad alcune azioni deprecabili per arrivare alle mete che si era prefissato. Le cose che la cripta conserva tutt’oggi sono testimonianze che lasciano sgomenti quei turisti che accettano di scendere a dare un’occhiata. La stirpe dei Sansevero ha inizio nel 1587 con Giovan Francesco di Sangro, primo principe. Raimondo diventa il settimo principe a soli sedici anni, quando muore il nonno Paolo, sesto principe di Sansevero. Antonio, padre di Raimondo e figlio di Paolo, aveva già rinunciato in precedenza al titolo in favore dell’abito sacerdotale. Rimasto vedovo e distrutto dal dolore, si era dapprima tuffato in una vita dissoluta per poi fare ammenda e diventare un ministro di Dio. Quella dei Sangro è una stirpe che ebbe legami di parentela e di amicizia con personaggi importantissimi quali Carlo Magno, numerosi prelati dell’Ordine Benedettino, Innocenzo III e membri dell’Ordine dei Templari, dei Rosacrociani, dei Massoni. Nato a Torremaggiore (Foggia) nel 1710, Raimondo dimostra fin da giovane uno spiccato interesse per le scienze. Fattosi adulto non esita a entrare a far parte della Scuola Alchemica Napoletana. Diventa Gran Maestro massone e intreccia relazioni con chiunque possa aiutarlo a meglio comprendere i misteri dell’universo. Nel suo palazzo adibisce una grande stanza a laboratorio e comincia a passarci gran parte del giorno e della notte. Questo stile di vita, piuttosto anomalo per un aristocratico, dà adito a sospetti sul suo conto e sulle cose che accadono nella sua casa. Raimondo è un uomo sicuro di sé e i pettegolezzi non lo toccano, anzi, lo spingono verso atteggiamenti sempre più stravaganti. Arriva a farsi costruire una carrozza più larga di quelle comuni per passare a filo nei vicoli di Napoli e dimostrare che il suo mezzo di trasporto è più grande di quello del re. Si sposa e ha cinque figli, ma non sembra curarsi poi molto della famiglia, preso com’è dai suoi studi. Esiste un libretto, scritto forse da lui stesso, che oggi è conservato negli archivi del Vaticano e che riporta gli strani oggetti presenti nel palazzo. Vi è descritta quella che lui chiama la Lampada Perpetua, o Lume Eterno, composta da una mistura di fosfato di calcio e fosforo ad alta concentrazione in grado di bruciare molto più a lungo di qualsiasi lume, i progetti di una carrozza che si muove per brevi tratti senza i cavalli e quelli della prima carrozza anfibia, nuove tecniche per la stampa, nuovi tessuti

(tra i quali una specie di seta vegetale) e nuovi tipi di vernici destinate a durare nel tempo. Fu lui a costruire un cannone in lega di ferro quando tutti gli altri erano in bronzo, e fu sempre lui a inventare un fucile a retrocarica, anticipando di molto la rivoluzione delle armi da guerra. In quel clima da Santa Inquisizione il confine tra il puro studio scientifico e la stregoneria era pressoché inesistente, e i guai non tardarono ad arrivare. Infatti, nel 1751, papa Benedetto XIV, preoccupato dal proliferare di congreghe che sfuggivano al controllo della chiesa, consigliò a Carlo III di emanare un editto anti-massonico. Ancora prima che si scatenasse la vera e propria caccia alle streghe, il principe non esitò a salvarsi dalla rovina rivelando al re i nomi dei fratelli massoni per rendere evidente la sua rinuncia all’ordine. In realtà Raimondo non interruppe mai i rapporti con la loggia napoletana e continuò imperterrito i suoi studi esoterici. Alla sua morte, purtroppo, i parenti distrussero tutti quei documenti che avrebbero potuto collegare il nome di Raimondo agli ambienti della Massoneria e del mondo dell’occulto. Sono andati persi testi di inestimabile valore, invenzioni che forse avrebbero facilitato e anticipato molte scoperte. Si temevano vendette da parte dei massoni che si sentivano traditi e quindi fu distrutto anche il passaggio che collegava il palazzo alla cappella, un luogo che conteneva un particolare orologio dotato di un carillon a campane. Percuotendo una serie di tasti si potevano ottenere svariate melodie. Era una sorta di tempietto dedicato a quell’ordine clandestino che, seppur ostacolato da editti e proibizioni, non avrebbe mai cessato di esistere. La suddetta cappella, che racchiude le spoglie dei membri della famiglia, si trova in Piazza San Domenico Maggiore. Fatta costruire da Giovan Francesco nel 1590 come luogo in cui venerare una statua della Vergine della Pietà che, rispondendo alle sue preghiere, lo aveva guarito da una grave malattia. Per questo, oltre che a essere conosciuta come Cappella Sansevero dei Sangro, lo è anche come Santa Maria della Pietà dei Sangro, o più semplicemente come La Pietatella. Nel 1631 il figlio di Giovanni, Alessandro, eseguì un esteso restauro e la ampliò per farla diventare cappella sepolcrale di famiglia. Ma fu Raimondo il vero artefice della trasformazione dell’edificio. Tra il 1744 e il 1766, quella che in origine era una semplice chiesetta, divenne uno dei luoghi più misteriosi di Napoli. È un rettangolo che termina in un sontuoso presbiterio. Ai lati diciotto statue accompagnano il visitatore alla scoperta dei simboli massonico-esoterici di cui il luogo è pregno. Raimondo attinse a piene mani dalle sue ricchezze e chiamò presso di sé i più rinomati scultori e pittori perché dessero vita a un progetto tutto particolare. Gli artisti che lavorarono nella cappella seguirono le precise istruzioni del principe e alcuni di loro riferirono che fornì strani colori e un tipo di mastice che una volta asciutto assomigliava in tutto e per tutto al marmo. Materiali di natura alchemica? Può essere. Il risultato è un piccolo gioiello del tardo barocco, un tripudio di affreschi (i cui colori si sono conservati straordinariamente vivi) statue, stucchi, marmi e oro. Ogni cosa ha un suo preciso significato, un messaggio che è rimasto immutato nel tempo, ed è questo che la rende un luogo enigmatico che rapisce gli occhi e l’anima di chiunque vi metta piede. Le statue sono quasi tutte femminili e rappresentano le virtù fondamentali della natura umana tra cui la forza, la sapienza, la fede. Lanciano il loro messaggio attraverso i vari oggetti che tengono in mano o che giacciono ai loro piedi. Libri, compassi, fiori, cornucopie, caducei (sottili verghe con le ali e due serpenti attocigliati in procinto di baciarsi, simbolo di pace usato da Mercurio per sedare le liti) fiammelle e cuori. Le statue dei genitori di Raimondo sono quelle che più colpiscono il visitatore. Il monumento funebre dedicato a Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, madre di Raimondo, morta quando lui aveva appena un anno, è denominato La Pudicizia e rappresenta una donna nuda coperta da un velo. Osservando questo velo scolpito si ha l’impressione che, pur essendo parte integrante della statua, sia stato steso solo in seguito al completamento del corpo di donna. La lapide spezzata ci ricorda che Cecilia è morta molto giovane, ma sta a indicare anche il sogno cullato da tanti alchimisti, e cioè quello di riuscire a sconfiggere la morte attraverso la creazione di un elisir di lunga vita. Il monumento funebre dedicato al padre, Antonio di Sangro, è chiamato Il Disinganno. Rappresenta un uomo che lotta per liberarsi da una rete, così come fece Antonio che si ‘liberò’ di una vita dissoluta per dedicarsi a Dio. È anche l’invito a liberarsi di tutti i preconcetti per meglio comprendere i segreti alchemici ed esoterici. Anche qui l’occhio è colpito dal modo in cui la rete avviluppa il corpo e tuttavia non si fonde con esso. Il genietto alato, il globo e il libro rappresentano la conoscenza e la saggezza che aiutano l’uomo a elevarsi a un livello spirituale superiore. Sia il velo che la rete fanno pensare all’uso di quel mastice-marmo descritto da uno degli artisti che contribuirono al restauro. Davvero il principe aveva creato un materiale estremamente malleabile che una volta asciutto diventava uguale al marmo? Oppure, come asseriscono alcuni, la statua fu fasciata con una vera rete di semplice corda e immersa in un liquido che avrebbe cristallizzato la fibra della corda facendola diventare del tutto simile al marmo? Anche il Cristo Velato (o Cristo Morto) è una scultura che lascia il segno. La corona di spine che giace ai suoi piedi è un oggetto che molti rimangono a osservare rapiti. Lo straordinario realismo dà l’impressione che un vero intreccio di rami spinosi sia stato immerso in uno speciale smalto bianco. La grande lapide del principe è scolpita con i caratteri in rilievo, un lavoro estremamente accurato che si dice sia stato facilitato da qualche strumento all’avanguardia. La prima frase è il sunto di ciò che Raimondo pensava di se stesso: “Uomo mirabile, nato a tutto osare.” Ogni cosa, in questo affascinante luogo, ci parla in un doppio linguaggio: quello religioso-spirituale e quello massonico-esoterico. Niente di ciò che vediamo è stato plasmato, scolpito, decorato e dipinto come semplice abbellimento. Qui ci sono il sapere e la genialità di un uomo che non seppe accontentarsi di quello che la sua epoca aveva da offrire. Ci sono il suo pensiero e le sue convinzioni riguardo il mondo, la vita, l’universo, i poteri della mente e dello spirito. I suoi molteplici studi ed esperimenti comprendevano anche il corpo umano, ed è soprattutto a causa di questi che si guadagnò la fama di stregone. Chi non è facilmente impressionabile può scendere nella cripta ovale che si raggiunge tramite una scala a chiocciola (che lui volle chiamare Appartamento della Fenice) dove sono custoditi, in teche di vetro, i corpi di un uomo e di una donna che qualche intruglio alchemico è riuscito letteralmente a disseccare, lasciando intatte vene e arterie. Sono vere e proprie Macchine Anatomiche. L’intero apparato cardiocircolatorio che avvolge lo scheletro è stato, in pratica, pietrificato e ancora oggi non è chiaro come sia stato ottenuto un simile risultato. C’è il forte sospetto che i due esseri umani siano stati sottoposti al processo mentre erano ancora in vita. Particolare impressionante è che la donna era incinta.

pratica, pietrificato e ancora oggi non è chiaro come sia stato ottenuto un simile risultato. C’è il forte sospetto che i due esseri umani siano stati sottoposti al processo mentre erano ancora in vita. Particolare impressionante è che la donna era incinta.

Sono ben visibili i resti del feto ai suoi piedi. La donna ha un braccio alzato, come se fosse stata colta da una paralisi mentre cercava di fuggire. Complice dell’esperimento si dice sia stato il medico palermitano Giuseppe Salerno. L’ipotesi più probabile è che sia stata iniettata una sostanza in grado di cristallizzare vene e arterie. I corpi, in seguito alla morte, si sarebbero decomposti senza che queste venissero intaccate. Il problema è che a quell’epoca le siringhe ipodermiche non esistevano ancora. C’è chi dice che si tratti di povere ossa ricoperte da una struttura artificiale, ma su quale modello si sarebbe basato lo scultore per riprodurre l’intero sistema cardiocircolatorio, se le conoscenze sul corpo umano erano ancora molto scarse? Quel feto smentisce questa ipotesi perché racconta chiaramente di una lenta decomposizione del cadavere della madre: i tessuti cedono, la placenta fuoriesce dalla cavità addominale, scivola verso il basso, cade a terra. Si dice che il principe rapisse i poveri che vagabondavano per i vicoli di Napoli per usarli come cavie o che, come in questo caso, usasse i servi che lavoravano a palazzo. Un folle che non si fa scrupoli di iniettare sostanze velenifere nel corpo di una donna incinta, o una mente lucida che tenta di scoprire come rendere l’uomo immortale? Non abbiamo neanche mezza parola tracciata su carta dal principe per comprendere lo scopo di questo particolare esperimento. Forse sarebbe saggio astenersi, per quanto possibile, da qualsiasi giudizio lapidario. Non sarebbe difficile aggiungere altri epiteti al nome di Raimondo, specie pensando che era conosciuto anche come il castratore. Un’abitudine molto discussa era quella di comprare fanciulli dotati di una bella voce e provenienti da famiglie indigenti per farli castrare e quindi avviare alla carriera di cantanti. Lo faceva per amore dell’arte, o per mettere in pratica alcuni concetti astratti della Massoneria che vedevano nell’essere androgino la perfezione assoluta? Un’idea puramente filosofica, un’esortazione a rifuggire i canoni dettati dalla società, a non farsi ingabbiare in ruoli prestabiliti, per giungere ad avere un animo compiuto, dotato sia di sensibilità femminile sia di forza maschile. Raimondo era un fervente sostenitore di tale idea o solo un sadico che rapiva fanciulli? Ancora una volta è difficile tracciare una semplice croce sull’immagine di un individuo che sembra un bizzarro miscuglio composto dal genio di Leonardo, dall’ambiguità dell’abate Sonière e, perché no, dal frenetico desiderio di sconfiggere la morte di un vero dottor Frankenstein. La sua fine, avvenuta a Napoli nel 1771, è avvolta nel mistero come la sua intera esistenza. Forse morì durante uno dei suoi esperimenti a base di sostanze tossiche. Si dice che avesse scoperto una pozione capace di far tornare in vita i morti e su questa diceria è nata una macabra leggenda. Un giorno il principe si dichiarò certo di essere in procinto di morire e istruì un servo a tale proposito. Il domestico avrebbe dovuto tagliare a pezzi il cadavere e chiuderlo in un baule. Nessuno doveva aprirlo prima di un dato lasso di tempo, per dare modo alla pozione di agire e di strapparlo alla morte. Quando il presagio si avverò il servo seguì gli ordini del suo signore e si pose a guardia al baule, ma i parenti che stavano setacciando il palazzo in cerca di ricchezze nascoste lo costrinsero a farsi da parte. Il baule fu aperto e il corpo ancora in via di ristrutturazione si sollevò di scatto. Il principe fissò i presenti con occhi pieni di orrore ed emise un urlo agghiacciante. Poi il cadavere si disfece sul fondo del baule. Forse è una leggenda e forse no. Sta di fatto che nel sarcofago che si trova sotto la lapide della cappella non c’è nulla. Dov’è finito il corpo? Nessuno lo sa. Trafugato dai fratelli massoni? Distrutto da chi lo credeva un discepolo del diavolo? Che il nostro sia uscito con le sue gambe dalla tomba per trasferirsi altrove? In decenni di studio incessante aveva davvero scoperto l’elisir di lunga vita? Pare che un certo Cagliostro, durante il suo processo, disse di aver appreso alcune pratiche da un principe di Napoli. Non possiamo appurare se si trattasse o meno di Raimondo, dato che gli atti del processo sono ben custoditi dal Vaticano. Tra gli alambicchi e le pile di libri alchemici, alla luce del Lume Eterno, forse Raimondo inventò, tra le altre cose, una pozione in grado di vincere la morte e, in seguito, trovò nel Conte di Cagliostro l’allievo perfetto. Usciamo dalla cripta e saliamo verso l’alto, nella cappella dei Sangro, l’involucro in marmo e oro dell’anima di Raimondo. È qui che si conclude la nostra singolare storia. La storia di un uomo mirabile, nato a tutto osare.

 

 

 

 

Storia, arte e letteratura

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Intorno alla figura di Raimondo di Sangro principe di Sansevero nacque un vero e proprio mito già quando questi era in vita. Fu certamente lo stesso di Sangro ad alimentarlo, dando notizia nella Lettera Apologetica dei “producimenti del suo maraviglioso ingegno”, indirizzando lettere sulla scoperta di un “lume perpetuo” a valenti studiosi e aprendo le porte del suo palazzo ai viaggiatori europei. Ansioso di essere riconosciuto quale euretès dei più vari ritrovati delle tecniche e delle arti, ma contemporaneamente restio a rivelarne le formule o i segreti meccanismi, destò nei suoi contemporanei curiosità e ammirazione. Se a ciò si aggiungono la nobiltà dei natali, la fama della sua sterminata cultura, il suo ruolo di Gran Maestro della Massoneria e la proibizione della Lettera Apologetica da parte della Chiesa, si comprenderà come Raimondo di Sangro divenisse un simbolo, enigmatico ma potente, dei fermenti intellettuali e dei sogni di grandezza della sua generazione.

Nel 1752 i censori della Congregazione dell’Indice dei libri proibiti gli riconobbero “un ingegno singolare, meraviglioso, si direbbe prodigioso”. Due anni più tardi, Giangiuseppe Origlia concludeva la biografia di Sansevero definendolo “un di quei eroi, che la natura di tanto in tanto si compiace di produrre per far pompa di sua grandezza”. Antonio Genovesi lo ricorda come “uomo fatto a tutte le cose grandi e meravigliose”, descrizione assai simile a quella apposta sulla lapide sepolcrale del di Sangro (concepita nel 1759), secondo cui egli era “uomo meraviglioso predisposto a tutte le cose che osava intraprendere”, nonché “celebre indagatore dei più reconditi misteri della Natura”. Dopo aver conosciuto il principe, l’astronomo de Lalande scrisse nel suo diario di viaggio che egli “non era un accademico, ma un’accademia intera”.

Venti anni dopo la morte del di Sangro, Giuseppe Maria Galanti – discepolo del Genovesi – gli riservò un intero capitoletto della Breve descrizione di Napoli per celebrare “la grandezza del suo genio”, mentre il Saggio storico-critico sulla tipografia del Regno di Napoli (1793) di Lorenzo Giustiniani esaltava l’eccezionale qualità delle edizioni uscite dalla stamperia di Palazzo Sansevero. Al principio del secolo successivo, tra i Ritratti poetici di Carlantonio de Rosa di Villarosa apparve un sonetto dedicato a Raimondo di Sangro. Dopo un periodo di relativo oblio, sul finire del XIX sec. il mito del principe si ravvivò attraverso autori del calibro di Luigi Capuana, Salvatore Di Giacomo e Benedetto Croce, che consacrarono bellissime pagine al suo straordinario ingegno.

Le invenzioni, i temi trattati nei suoi libri, la ristampa clandestina di un’opera misteriosa come Il Conte di Gabalì e, soprattutto, la complessa e velata simbologia della Cappella Sansevero hanno poi assicurato a Raimondo di Sangro un posto d’onore nella storia dell’esoterismo: così, molti saggi novecenteschi sulla tradizione iniziatica citano il suo nome. Il fascino del personaggio è tale che, a partire dalla metà del ’900, si sono moltiplicate le ipotesi di interpretazione – talvolta azzardate – dell’iconografia del tempio disangriano così come del messaggio contenuto nelle sue opere o evocato dalle sue sperimentazioni. Parallelamente, il mondo accademico ha iniziato una rilettura documentata della sua attività, inserendola nel più ampio contesto del rigoglio culturale napoletano ed europeo del ’700: si ricordano al proposito gli importanti studi dello storico Vincenzo Ferrone e della storica dell’arte Rosanna Cioffi, e le recenti edizioni commentate e annotate delle opere disangriane, curate da Leen Spruit per la casa editrice alóς.

Negli ultimi decenni, il mito del principe di Sansevero si è diffuso anche attraverso i mass media, la letteratura e l’arte. Non si contano i documentari, realizzati da produzioni di tutto il mondo, che hanno illustrato l’itinerario alchemico-massonico della Cappella Sansevero e la personalità del suo mecenate. Quanto alle rielaborazioni artistico-letterarie, si ricorda che nel 1977 Feliciano de Cenzo ha composto un poemetto in napoletano dedicandolo a Raimondo di Sangro e al suo tempio, mentre nel 1988 è stata pubblicata una riuscita biografia romanzata del principe ad opera di Alessandro Coletti. A Sansevero sono stati ispirati anche un episodio del fumetto Martin Mystère e una collana di romanzi per ragazzi pubblicata dall’editore Colonnese. Lo scrittore americano Nathan Gelb ha fatto del principe di Sansevero il “detective” protagonista di una serie di romanzi noir pubblicati in Italia da Sperling & Kupfer (il primo dei quali stampato nel 2006). Lello Esposito, artista di fama internazionale, ha realizzato in una delle sue tele più sentite un ritratto del principe, mentre nel 2008 in memoria di Raimondo di Sangro è stato allestito uno spettacolo teatral-musicale dal gruppo di lavoro del Maestro Roberto De Simone.

Hanno detto di lui

“Discende da un nobilissimo casato di principi del Regno di Napoli, e dal feudo ha nome di principe di Sansevero. Primeggia per un ingegno singolare, meraviglioso, si direbbe prodigioso. Sembra che si sia immerso completamente negli studi filosofici. Prova quotidianamente nuovi esperimenti […] Conosce le più varie lingue straniere, ma coltiva soprattutto il fiore dell’eloquenza e la purezza della lingua italiana. Ardentemente avido di fama e gloria fatua, nella prefazione della sua Lettera Apologetica mostra di essere trascinato da tale ambizione, da considerarsi quasi autore di una qualche nuova dottrina […] È cultore ed estimatore diligentissimo degli scrittori eretici, soprattutto di quelli che presso gli Inglesi introducono la libertà e l’indifferenza religiosa”.
Censura della Congregazione dell’Indice dei libri proibiti a Il Conte di Gabalì e alla Lettera Apologetica (29 febbraio 1752).

“Or queste opere, e tutte queste scoverte sin’ora di sì illustre Personaggio, che abbiamo qui brievemente cennato, ci fanno sperare sempre più in appresso delle cose maggiori, e si comprenderà da tutti senza alcuna ombra di dubbio, ch’egli sia un di quei eroi, che la natura di tanto in tanto si compiace di produrre per far pompa di sua grandezza”.
Giangiuseppe Origlia Paolino, Istoria dello Studio di Napoli, Napoli 1753-54.

“Io era amico col principe di S. Severo, D. Raimondo di Sangro […] Questo signore è di corta statura, di gran capo, di bello e gioviale aspetto, filosofo di spirito, molto dedito alle meccaniche: di amabilissimo e dolcissimo costume: studioso e ritirato: amante la conversazione d’uomini di lettere. Se egli non avesse il difetto di aver forte fantasia, per cui è portato qualche volta a credere cose poco verisimili, potrebbe passare per uno de’ perfetti filosofi. Egli era degli intimi amici delle Maestà loro: ma la lettera apologetica De Quipue, scritta con più di libertà di quello che i teologi avrebbero voluto, e l’essersi poi scoverto capo dei liberi muratori di Napoli, gli concitarono tale nemicizia de’ preti, e specialmente del cardinale Spinelli, che niuna occasione ometteva per giustificare i suoi antecedenti passi, che il minarono nell’animo del Re”.
Antonio Genovesi, Autobiografia, 1755-56 ca. (ed. cit.: Milano 1962).

“Parlando delle arti, noi crediamo di dover fare distinta menzione di Raimondo di Sangro, il quale senza averne professata alcuna, ne ha molte illustrate col suo gusto e colle sue invenzioni. Si poteva dire di lui quel che Fontenelle diceva di un altro letterato, che conteneva in sé un’accademia intera […] Se Raimondo avesse voluto far maggior comparsa nella repubblica delle lettere e delle belle arti […] nessuno forse l’avrebbe fatta più luminosa di lui. Ma egli non ambiva essere autore: qualche segreto l’ha comunicato a’ suoi amici, gli altri o sono morti con lui, o giacciono ignoti in qualche angolo della sua casa”.
Giuseppe Maria Galanti, Breve descrizione della città di Napoli e del suo contorno, Napoli 1792.

“Mentre il sentier costui seguia di Marte, / a sublimi pensier volgea la mente, / di nuovi arcani indagator frequente, / ponea su questi il chiaro ingegno e l’arte. // Ma tai cure restar neglette in parte, / sogni creduti dalla dotta gente; / e sciolto il freno a immaginar fervente, / segni inventò senza vergar le carte. // E moli, e Tempio di bell’opre ornato, / emulatrici dell’Acheo scalpello, / costrusse, e ciò compir fu a lui negato. // Così la parca fa delusi e vani / i pensier nostri, e assisa in sull’avello, / bieca si ride de’ disegni umani”.
Carlantonio de Rosa di Villarosa, Ritratti poetici di alcuni uomini di lettere antichi e moderni del Regno di Napoli, Napoli 1834.

“Il Principe di Sansevero fu senza dubbio […] un uomo colto ed ingegnoso. Egli non ha lasciato un nome nella storia del sapere, ma ha dato luogo a leggende più o meno maravigliose, perché facea un segreto dei suoi trovati, amando destare la sorpresa dei suoi coetanei. Così egli trovò il modo di colorire i marmi, ma non pubblicò il metodo di cui si avvaleva […] Mancando adunque di opere pubblicate, resta la tradizione, dalla quale sceverando il maraviglioso e l’esagerato, si deve dire che il Principe di Sansevero fece molte cose per farsi ammirare dai coevi, ma curò poco il giudizio dei posteri”.
Luigi Settembrini, Lezioni di letteratura italiana, Napoli 1866-1872.

“Era costui uomo di vasto, versatile e strano ingegno, nacque il 1710, fu educato nel seminario romano, ai 20 anni ritornò in Napoli. Molte cose si narrano di lui, fu versatissimo nelle scienze fisiche, chimiche, artistiche e militari, conobbe le lingue greca, ebraica, siriaca e arabica, studiò i più celebri Teologi, meditò i Padri della Chiesa, fu inventore della cromolitografia, imprimendo diversi colori ad un sol colpo di torchio; colse varie palme nella battaglia di Velletri; fu avido d’intraprendere, impaziente di compire, curioso d’investigare, facile a ritrovare, morì nel 1771”.
Gennaro Aspreno Galante, Guida sacra della città di Napoli, Napoli 1872.

“Tattica, invenzioni militari, invenzioni pirotecniche (il verde-mare, il verde-smeraldo, il rubino, il pavonazzo, il giallo che oggi ammiriamo nelle girandole furono scoperti da lui, come pure i razzi col fischio e gli altri, dei quali pare perduto il segreto, «con un ben chiaro e distinto canto di uccelli, il quale senz’altro estraneo aiuto era dallo stesso fuoco prodotto») invenzioni idrauliche, architettoniche, artistiche; studî di lingue antiche e moderne, di filosofia, teologia, storia e antiquaria, non gl’impedirono di trovar il tempo per isbizzarrirsi con la lettera apologetica e con la invenzione del nuovo alfabeto dei Quipu, dell’antico essendo rimasto soltanto il nome e il ricordo”.
Luigi Capuana, Don Raimondo di Sangro, da Libri e teatro, Catania 1892.

“Fiamme vaganti, luci infernali – diceva il popolo – passavano dietro gli enormi finestroni che danno, dal pianterreno, nel vico Sansevero […] Scomparivano le fiamme, si rifaceva il buio, ed ecco, romori sordi e prolungati suonavano là dentro […] Che seguiva, dunque, ne’ sotterranei del palazzo? Era di là che il romore partiva: lì rinserrato co’ suoi aiutanti, il principe componeva meravigliose misture, cuoceva in muffole divampanti […] porcellane squisite e terraglie d’ogni sorta; lì mescolava colori macinati per la stampa tipografica e faceva gemere torchi fabbricati, secondo le sue stesse norme, per imprimere in una volta sola parecchi colori sul foglio […] Quell’uomo fu di grande ingegno e di grandissimo spirito: se non mi sbaglio, si valse dell’una cosa più per diletto proprio che per altro, e dell’altra usò per burlarsi di tutti. È anche, e specie per questo, ch’egli ha meritato di passare alla posterità”.
Salvatore Di Giacomo, Un signore originale, da Celebrità napoletane, Trani 1896.

“E il principe di Sansevero, o il ‘Principe’ per antonomasia, che cosa altro è in Napoli, per il popolino delle strade che attorniano la Cappella dei Sangro, ricolma di barocche e stupefacenti opere d’arte, se non l’incarnazione napoletana del dottor Faust o del mago salernitano Pietro Barliario, che ha fatto il patto col diavolo, ed è divenuto un quasi diavolo esso stesso, per padroneggiare i più riposti segreti della natura o compiere cose che sforzano le leggi della natura?”.
Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, Bari 1919.

“La nobiltà […] nella sua parte migliore sin dalla fine del seicento si era avvicinata agli studî, come si osserva nella persona di un Tiberio Carafa, letterato, politico, patriota e cospiratore, e, nel corso del secolo seguente, contò nelle sue fila un Raimondo di Sangro principe di Sansevero, un Gaetano Filangieri […] e altri parecchi scrittori di scienza, di economia e di politica e molti altresì che non furono scrittori, ma presero parte più o meno viva al nuovo sentire e al nuovo operare”.
Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari 1925.

La Cappella Sansevero

Attigua al palazzo di famiglia, da questo separata da un vicolo una volta sormontato da un ponte sospeso, si trova la cappella gentilizia dei Sansevero.

 

Planimetria della Cappella Sansevero con indicazione delle principali opere citate nella voce “Cappella Sansevero

Voluta nel 1593, per “grazia ricevuta” dal Duca Giovan Francesco de Sangro, I Principe di Sansevero, venne, di fatto, fondata nel 1613 dal figlio secondogenito di quest’ultimo, Alessandro, Patriarca di Alessandria ed Arcivescovo di Benevento, che la volle come cappella funebre dei membri di famiglia. I lavori vennero tuttavia sospesi nel 1642 e ripresi, dopo oltre 100 anni, nel 1744 da Raimondo di Sangro, VII Principe di Sansevero. Una delle tante leggende che circolano sulla chiesa vuole che sia stata costruita sul luogo di un antico tempio di Iside.

Una originale teoria sulla lettura esegetica della Cappella ci venne da Giuseppe del Noce, esoterista e studioso napoletano, che ha costruito uno schema secondo il quale, le statue del complesso gentilizio desangriano rappresenterebbero le dieci sephiroth dell’Albero della vita, in modo tale che ogni statua, procedendo secondo i sentieri indicati dalla dottrina cabalistica, raffiguri una emanazione divina.

Raimondo di Sangro proseguendo nella linea iniziata dall’antenato Alessandro, la abbellì con statue pregne di allegorie talvolta di incerto significato (da taluni ritenute alchemiche, da altri massoniche), impegnandovi notevoli risorse economiche, e facendone uno dei maggiori capolavori artistici di Napoli.

La Cappella Sansevero è nota principalmente per tre delle statue che la adornano, tra cui famosa è il Cristo velato, capolavoro di Giuseppe Sanmartino, statue la cui esecuzione materiale resta ancora un mistero. Due di esse infatti sembrano coperte da un velo trasparente di marmo che però è omogeneo con la statua sottostante, mentre la terza statua è coperta da una rete di marmo apparentemente posta successivamente ma anch’essa perfettamente omogenea con la statua. Una delle ipotesi, da parte degli estimatori moderni del principe, è che si tratti del risultato di un procedimento inventato dal Principe per “marmorizzare” un tessuto. Tale procedimento, però, non è stato ancora messo alla prova e tutt’oggi non sembrano esserci spiegazioni convincenti. Una possibile interpretazione delle allegorie verte sul messaggio illuminista: attraverso la ragione l’uomo raggiunge il disinganno e si libera delle false verità.

Stemma dei di Sangro
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Blasonatura
Unicum militiae fulmen
D’oro a tre bande d’azzurro

Invenzioni

Quella delle invenzioni del di Sangro è una questione controversa, giacché alcune sono testimoniate soltanto dalla Lettera Apologetica, scritta dal principe medesimo. Fatta questa premessa, ecco un elenco delle “invenzioni” più conosciute a lui attribuite (o auto-attribuitesi):

  • Macchine anatomiche: è forse l’unica che sia giunta sino a noi. Si tratta di due modelli anatomici di grandezza naturale costituiti da due scheletri umani (una donna e un uomo) su cui è incastellato il solo albero sanguigno di colore differenziato blu e rosso. Leggenda vuole che il Principe avesse ottenuto tale “metallizzazione” del circuito sanguigno “iniettando” un composto di sua invenzione e, poiché l’unica “pompa” in grado di spingere il liquido fin nei capillari più sottili è il cuore, che i due malcapitati fossero ancora vivi quando tale esperimento venne eseguito.

Occorre rammentare che all’epoca non era stata ancora inventata la siringa ipodermica. Le due “macchine”, originariamente nel laboratorio del Principe e attualmente nella “Cavea Sotterranea” della Cappella Sansevero, sarebbero state di fatto realizzate da un anatomista palermitano, Giuseppe Salerno, come risulta da un contratto ancora oggi conservato all’archivio notarile di Napoli. Partendo da due scheletri umani, il Principe si impegnava a fornire al medico fil di ferro e cera colorata (secondo un metodo di sua invenzione) per ricostruire l’albero circolatorio e dare così un valido modello didattico ai non esperti medici dell’epoca. In origine la “macchina” femminile aveva anche un feto che però negli anni ’60 del ‘900 è stato trafugato.

  • Palco pieghevole: si sarebbe trattato di un palco dalle normali apparenze ma che per mezzo di ruote, argani e funi sarebbe stato possibile sollevare e chiudere “a libro”. Testimoniato dalla Lettera Apologetica, sarebbe stato costruito nel 1729, quando Raimondo aveva solo 19 anni, in occasione di una rappresentazione teatrale nel cortile del collegio gesuitico romano, e chiuso in pochissimo tempo per permettere lo svolgimento nella stessa area di un carosello di cavalleria.
  • Cannoncino da campagna: sarebbe stato costruito in un metallo leggero in sostituzione del bronzo, allora comunemente usato per questo tipo di arma, talché “qualunque soldato senza gemere sotto l’incarico di esso può trasportarne uno, forse due“.
  • Archibugio: fucile a retrocarica, costruito a canna unica, in grado di sparare a polvere o “a vento” (cioè ad aria compressa).
  • Macchina idraulica: capace di trasportare l’acqua a qualunque altezza.
  • Carrozza marittima: come evidenziabile da una stampa d’epoca (ancora esistente), si trattava di veicolo perfettamente somigliante a una carrozza terrestre, con tanto di cavalli verosimilmente in sughero o legno, ma al posto delle ruote aveva delle “pale” (azionate da personale nascosto) in grado di viaggiare per mare. Tale carrozza poteva ospitare dodici persone ed era più veloce delle barche a remi ed a vela dell’epoca(fonte “La Gazzetta di Napoli” 24 luglio 1770)
  • Marmi alchemici: nella sua ricerca alchemica il Sansevero avrebbe inventato parecchie sostanze chimiche tra cui stucchi, mastici madreperlacei usati per costruire cornicioni e capitelli, e un tipo di marmo sintetico che, versato allo stato fuso in apposite canaline, avrebbe formato un “cordone” bianco marmoreo, ininterrotto, che decorava il pavimento della cappella di famiglia (ancora oggi in parte visibile). Si è anche fantasticato su un possibile suo procedimento per marmorizzare i tessuti. Prova ne sarebbe la scultura del “Cristo Velato”, nella medesima cappella, dove il corpo appare coperto da un velo di marmo trasparente. Su questa invenzione, però, non ci sono prove e l’effetto del velo sembra che sia dovuto solo all’abilità dello scultore, Giuseppe Sanmartino.
  • Trasudazione delle statue: pare che il principe fosse riuscito a scoprire un procedimento grazie al quale riusciva a far sì che un liquido simile alle lacrime fuoriuscisse dai marmi di cui erano costituite. Sembra che tale fenomeno sia ancora oggi visibile in una delle statue poste di fianco all’altare della Cappella Sansevero.
  • Stampa simultanea a più colori: normalmente le operazioni di stampa avvengono (fatte salve le moderne stampanti a colori) eseguendo tante “passate” quante sono i colori (tricromia o quadricromia); il Principe avrebbe inventato, invece, un sistema per stampare “a più colori” con una sola “passata di torchio” e tale metodo avrebbe impiegato nella sua tipografia sita nei sotterranei del Palazzo.
  • Epigrafia al negativo: anziché scolpire le scritte, queste sarebbero state ricoperte con una pasta a base di paraffina che le avrebbe protette dal bagno d’acido cui l’intera lapide veniva sottoposta, ottenendo così scritte in rilievo, come è evidenziato, peraltro, dalla stessa lapide del suo monumento funebre.
  • Lume eterno: testimoniata da alcune lettere di Raimondo a studiosi dell’epoca, sarebbe stata una mistura ottenuta dalla triturazione delle ossa di un teschio e forse costituita da una miscela di fosfato di calcio e fosforo ad alta concentrazione. Tale miscela avrebbe avuto la capacità di bruciare molto lentamente e di consumare pochissima materia.
  • Carbone alchemico: una mistura di sostanze di origine animale e vegetale, in grado di bruciare senza produrre cenere.
  • Impermeabilizzazione dei tessuti: Raimondo avrebbe donato al re Carlo III, grande appassionato di caccia, un mantello trattato in questo modo (vedi Impermeabile (abbigliamento)).
  • Gemme artificiali: Raimondo avrebbe trovato il modo di imitare le vere gemme usando delle normali pietre in marmo bianco, colorate però con un procedimento del tutto nuovo, tale che non le si sarebbe potute distinguere dalle gemme vere.
  • Farmacopea: appassionato anche di medicina e colpito dall’ignoranza dei medici dell’epoca in questioni anatomiche (come dimostra la realizzazione delle “Macchine”), Raimondo di Sangro si impegnò anche in tale campo. È noto che curò un paziente affetto da “morbo invero raro e sconosciuto ai medici” somministrandogli “estratto di pervinca più fiate bullito”. La cura fece dapprima perdere i capelli all’ammalato, che però non guarì e giunse comunque a morte. Dall’autopsia, cui il Principe partecipò e di cui ci ha lasciato traccia, è stato possibile appurare che si trattava di un tumore allo stomaco. Ciò che colpisce è che le attuali cure oncologiche prevedono la somministrazione di sostanze che contengono estratto di “vinca rosea”, come attestato da oncologi moderni (Prof. Tarro) che hanno confermato che la cura proposta dal Sansevero circa 400 anni fa non era poi del tutto errata.
  • Sangue di San Gennaro: il Principe sarebbe riuscito a produrre una sostanza in grado di comportarsi esattamente come quella ritenuta essere il sangue di san Gennaro.
  • Sistema per dissalare e potabilizzare l’acqua di mare.
  • Carta ignifuga: sarebbe stata di lana da una parte e di seta dall’altra, con la proprietà di non prendere fuoco.
  • Altri presunti procedimenti: plasticizzazione a freddo di metalli, metallizzazione e pietrificazione di materie molli, nuovi processi di colorazione di marmi e vetri.
  • Pirotecnica: per la realizzazione di fuochi d’artificio a più colori, inventandone quelli di colore verde.

Gli esperimenti in alchimia, medicina e le perversioni

Nel 1590 il proprietario d’allora del Palazzo di Sangro, il compositore Carlo Gesualdo Principe di Venosa, pare avesse sorpreso la propria moglie Maria d’Avalos con il suo amante, il Duca Fabrizio Carafa, e li avesse uccisi per poi portarne i corpi sullo scalone e ammettere il popolo al palazzo perché potesse vedere la sua onta lavata con il sangue.

Di Sangro non fece nulla per screditare tali dicerie, e anzi visse per giorni nei suoi laboratori alchemici, dove studia e realizza i suoi esperimenti, i suoi studi e le sue ricerche. Si aggiunga che, nei sotterranei del palazzo, era stata installata una tipografia che, con i suoi rumori decisamente originali per l’epoca, ben poteva alimentare ulteriori dicerie.

Le attività del principe contribuirono non poco ad alimentare una serie di leggende poco lusinghiere intorno alla sua persona; si diceva che avesse fatto uccidere sette cardinali e che con le loro ossa e la loro pelle avesse fatto realizzare altrettante sedie; che avesse ucciso una donna che gli si negava, e un nano che la difendeva, “metallizzandone” i corpi; che riuscisse a riprodurre la liquefazione del sangue come avviene per quello di San Gennaro; che avesse fatto resuscitare alcuni gamberetti di fiume essiccati; che ottenesse il sangue dal nulla.

Venne spesso accusato di praticare l’alchimia, la stregoneria e di essere ateo, nonché di varie attività spesso criminose, come quella di far rapire poveri e vagabondi per ignobili esperimenti. La sua reputazione era malvista dalle classi elevate, a causa del comportamento tenuto nei confronti dei suoi confratelli massoni, da lui denunciati all’autorità giudiziaria, comportamento che gli valse una sorta di damnatio memoriae da parte delle logge di mezza Europa. Altro passatempo coltivato dal principe sarebbe stato il bel canto. Stando a diverse voci mai confermate, Raimondo sarebbe stato solito girare per le campagne in cerca di ragazzi dalla voce adatta, li avrebbe comprati dai genitori e, dopo averli fatti castrare dal suo medico, li avrebbe fatti rinchiudere nel conservatorio di Napoli dove sarebbero stati avviati alla professione canora.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Raimondo_di_Sangro; http://loscrignodelmistero.webnode.it/storie/puglia/tp; http://www.museosansevero.it/it/